Trump dà i numeri: la tabella dei “dazi reciproci” è una truffa conclamata

Trump dà i numeri: la tabella dei “dazi reciproci” è una truffa conclamata

Una truffa conclamata. È questo e nulla più, la tabella dei presunti dazi che il mondo intero imporrebbe agli Stati Uniti, mostrata ieri da Trump durante la pantomimica cerimonia di inaugurazione della stagione dei “dazi reciproci” su scala globale, in quello che il tycoon ha definito “giorno della liberazione”.

Cina 67%, Unione Europea 39%, Giappone 46%. Questi i dazi a cui, nell’intricata bufala promossa dal Presidente, sarebbero sottoposte le merci statunitensi all’ingresso nei rispettivi Paesi o blocchi regionali: numeri che non trovano alcun riscontro fattuale. Il tutto, chiaramente, nel tentativo maldestro di legittimare le nuove tariffe doganali annunciate in pompa magna dal tycoon: gabelle, come parso evidente da subito, tutt’altro che reciproche.

L’affannarsi di ipotesi e verifiche sull’origine delle fantomatiche cifre sparate dalla Casa Bianca ha condotto in poche ore alla scoperta di una verità amara e surreale. È stato James Surowiecki, giornalista economico del New Yorker, a svelare prontamente l’arcano della formula elaborata dall’amministrazione Trump per pervenire a quei numeri da capogiro. Nel computo, a differenza di quanto dichiarato da Trump, non rientrano affatto le cosiddette “tariffe non monetarie”, quali l’Iva e le barriere regolamentari su beni e servizi. La formula dell’imbroglio, in realtà, è ben più rudimentale: lo staff del Presidente ha semplicemente preso il livello di deficit commerciale che gli USA registrano con ciascun Paese e lo ha diviso per il totale del valore delle merci esportate.

I calcoli di Surowiecki sono inappuntabili e presto verificati, calcolatrice alla mano, da schiere di analisti economici. Il re è nudo: sotto un’enorme pressione mediatica, ritrovatosi con le spalle al muro, il viceportavoce dell’Amministrazione, Kush Desai, si è visto costretto a confermare la validità del ragionamento in un tweet in cui divulga persino lo schema di calcolo elaborato dal Dipartimento del Commercio statunitense.

La prova del nove è estremamente semplice: nel caso specifico dell’Unione Europea, il deficit commerciale degli USA ammonta a 235.6 miliardi di dollari. Dividendo questa cifra per i beni europei esportati negli USA, pari a 605.8 miliardi, si ottiene circa 0,39. Moltiplicando questo valore per cento, ecco che appare quell’assurdo 39% riportato nella tabella brandita dal tycoon. Come evidente, per approdare a quel 20% che corrisponde alla tariffa doganale sulle merci europee che dovrebbe entrare in vigore il 9 aprile, è sufficiente dividere 39 per 2, arrotondando per eccesso. A coronare l’arbitrarietà della misura, tutti quei Paesi con cui gli Stati Uniti non hanno un deficit commerciale verrà imposta, invece, quella che il Presidente ha definito una “flat tax” doganale al 10%.

È questo lo stratagemma che consente a Trump di dirsi persino “gentile” nell’imposizione di tariffe totalmente asimmetriche e che, come già ampiamente stimato, condurranno l’economia globale (compresa quella americana) a una profonda recessione, con una recrudescenza di protezionismo che non raggiungeva tale portata dagli anni Venti dello scorso secolo.

“Dobbiamo stare attenti ai demagoghi che sono disposti a dichiarare una guerra commerciale contro i nostri amici, indebolendo la nostra economia, la nostra sicurezza nazionale e tutto il mondo libero, mentre sventolano cinicamente la bandiera americana.” Questo era il monito, profetico, di Ronald Reagan, in un’America e in un Partito Repubblicano distanti anni luce dall’impoverimento culturale e valoriale odierno. Presidente dalla fede incrollabile nel libero mercato, Reagan era ben conscio che le insidie peggiori giungono da lupi travestiti da agnelli.

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